L’inquieta nostalgia

Casoria (NA) | Ci sono così tanti fiori dipinti, sul cielo, che non oso contarli. Ci sono così tanti rami, curvi e distorti, che non oso unire a quegli alberi fluttuanti e sottosopra. È quello che vedo tutto il giorno, guardando il limpido cerulo, sentendomi il vermiglio arrivare alla coscienza e scorrere nelle vene dell’anima. Mentre l’orchestra di parole suona e le mie labbra di vino si seccano, sogno il freddo mare che bagna la mia pelle di cera, il verso dei gabbiani che volano, come avvoltoi, investigando sugli abissi e il suono dell’acqua salata che picchia gli scogli. Gli occhi velati e le orecchie che odono la natura poetare, ci sono solo ricordi di quel tempo passato.

Apro il cassetto dei cimeli, ascoltando Einaudi e vedo le foto dell’Instax in memoria del calore estivo, i vecchi e i nuovi amici, tra quelli amati e odiati, le citazioni dei libri rimasti, le inutili ricerche, ormai, dimenticate, le fissazioni prese in ogni periodo faticoso, la voglia di riposo.

Ora, che tutto è quiete, ora che ascolto solo la mia coscienza parlare, il cane abbaiare, l’acqua calda scorrere sul corpo viscido, il suono delle note musicali che rimbombano nelle stanze di casa, solo ora, posso dire di godermi l’obliato riposo.

Osservo per tempi infiniti la finestra, poi, passo alla libreria, leggendo, di continuo, i titoli e la scritta che ho osato appuntare, come promemoria: “Prima di entrare nel Nuovo Mondo, assicurati di chiudere la porta del già conosciuto.”

La vista brucia e gli occhi piangono, la saliva aumenta ed io divento scarlatta.

Sdraio nel letto gelido, cercando di riscaldarlo, si avvicina il cane e mi aiuta. Prima di addormentarmi guardo la lampada di sempre, guardo di fronte a me e scruto le stelle fluorescenti illuminarsi al buio.

Mi volto, vorrei provare una posizione adatta per dormire e passare una notte tra le false stelle, ma passano ore e continuo a pensare a quello che potrebbe succedere domani. Allora, mi giro e mi rigiro, mentre, l’incoscienza brulica avidamente. Non mi basta chiudere gli occhi, ho perso la chiave dell’oscuro soffitto.

-Il mio egoismo mi pervade, penso a me, solo a me, fregandomene di quello che sentono, tutti i giorni, da sempre, quei bambini, lì giù, che toccano l’equatore con le dita minuscole. Fregandomene degli esseri in trappola, maltrattati, mentre sono spettacolo di umani come me. Mi preoccupo di me, perché non mi sono mai curata di loro-.

Continuo a riflettere sul mondo.

Finalmente sbadiglio, è quasi l’alba… ora che il vermiglio ritorna alla coscienza, posso assopirmi, mentre, l’amico Lete canta la ninna nanna.

Silvia Ferrara, I.S. Andrea Torrente di Casoria (NA)

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