Surreale normalità

Nettuno (Roma) |

È un tardo pomeriggio di giovedì, circa due settimane dopo l’inizio della quarantena. Mi affaccio alla finestra di casa e vedo il sole, che è prossimo al tramonto, regalare un senso di quiete al panorama. Guardo ai piedi delle palazzine le strade vuote, prive di anima viva. Ogni tanto passa qualcuno, un uomo che porta a spasso il cane, una coppia con un passeggino, una signora con un cappotto viola. Indossano tutti rigorosamente la mascherina.

Poi a un certo punto, vedo un cane salire le scale esterne di una casa scodinzolando, per poi guardarsi intorno disorientato, come se non avesse nessuno con cui giocare, anche se la giornata fuori è perfetta. La cosa mi rattrista alquanto.

A questo punto apro la finestra, ed esco all’aperto sul balcone.

Quindi mi affaccio alla ringhiera e prendo due o tre lunghi sospiri. Il cielo è limpido, non c’è una nuvola. Il tempo è sereno, niente vento, solo una leggera brezza. L’aria è anch’essa fresca e pulita. Eppure, si percepisce qualcosa. Una minaccia silenziosa rende l’ambiente molto surreale. Questa minaccia è un organismo infinitamente più piccolo delle nostre stesse cellule, ma che può causarci problemi infinitamente più grandi, può uccidere. Sembra come se tutto il mondo e la comunità si fossero fermati, insieme a loro anche il tempo è immobilizzato, e comincia a non avere più importanza. Man mano che realizzo la verità di quest’inquietante situazione, sento la temperatura scendere di pochi gradi, si percepisce un ambiente privo di calore e di conseguenza privo di vita. Nonostante tutti questi dettagli, il panorama non è niente di più di un paesaggio vuoto, dove regna nient’altro che il nulla. E la presenza delle poche persone non migliora le cose, infatti prima della quarantena esse costituivano l’elegante caos urbano che a molti piace ascoltare al risveglio la mattina. Ora, sfuggenti, non si trattengono più per le strade, ma seguono lo stesso solito schema: uscire, fare la spesa, visita ai parenti, rincasare, e il nastro si riavvolge.

Il virus ci ha trasformati, non siamo più come prima.

Luca Savarese, II ES Liceo Scientifico “Innocenzo XII” di Anzio

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