La speranza oltre il Coronavirus

Arese (Milano) |

Tutti parlano della storia che si sta compiendo, che riempirà i libri degli anni a venire e che le generazioni future studieranno, vicende in cui noi siamo immersi adesso. È tutto vero e così incombente, eppure così lontano ed impercepibile. Per coloro che non sono a contatto diretto con questa situazione, o per esperienza personale o per quella di chi sta loro attorno, è come se vivessero in una bolla ovattata, mitragliata da mille notizie ogni giorno, numeri che continuano a salire mentre la situazione di rimando precipita.

Tutti dicono che dobbiamo essere eroi, stare a casa, perché abbiamo la vita degli altri nelle nostre mani. Abbiamo la vita degli altri nelle nostre mani. È un’incredibile responsabilità: sapere che se non sono attenta posso essere la causa della sofferenza delle persone a cui tengo, sapere che a causa di una mia leggerezza medici possono soccombere per aiutare un numero sempre crescente di vittime.

È vero che in questo momento è necessaria la speranza, cogliere la luce in fondo al tunnel, estrapolare dai dati delle notizie quel qualcosa che possa ridonarci il sorriso di sperare. Ma serve ancora di più la consapevolezza. Perché la speranza non deve indurci ad affidarci al destino, a dire: “Ma sì, tanto andrà tutto bene”. Perché mentre noi siamo a casa a cercare di ammazzare il tempo cucinando o cimentandoci a leggere libri, ci sono persone che il tempo ammazza; persone che entrano ogni giorno tra le pareti bianche di un ospedale senza sapere se verranno curate, se ci sia ancora spazio per loro nel mondo.

Posso sembrare apocalittica, drammatica a dir poco, e molto probabilmente lo sono. Ma cerco disperatamente di far capire, come moltissimi altri ragazzi insieme a me, che il nostro futuro, il futuro di altre persone, la nostra storia sono nelle nostre mani. E mentre noi stiamo a casa ad annoiarci, a rimpiangere quello che ci è stato tolto, permettiamo a dei veri eroi di salvarci e di salvare il nostro ricordo.

Non penso che lo siamo noi, come molti dicono per rincuorarci e per farci “tenere duro”, ma penso che possiamo essere la spalla su cui coloro che ogni giorno lottano per uscire da questa situazione possano appoggiarsi e reggersi per continuare davvero ad avere fede. La speranza è concreta, e ci deve essere. Ma la speranza non deve venire da sé; deve essere il frutto della consapevolezza e di scelte che davvero possono fare la differenza. Solo così potremo ritornare a sperare.

Elisa Pavarani, Liceo Classico Clemente Rebora, Rho (Milano)

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...