Proviamo a riflettere!

Nettuno (Roma) | Oggi la diffusione crescente, quasi esponenziale, del coronavirus sta gradualmente invadendo gran parte dei nostri pensieri. È inevitabile riflettere su come il Covid-19, definito dall’OMS negli ultimi giorni una vera e propria pandemia, abbia prodotto una svolta radicale nella routine giornaliera di tutti noi, totalmente o parzialmente.

Nel mio caso, essendo studentessa, non ho più il dovere di svegliarmi presto la mattina a causa dell’assordante rumore prodotto dalla sveglia che è sul mio comodino accanto al letto per andare a scuola, seguire le lezioni dei professori sul banco insieme ai miei compagni di classe, perché le lezioni ora sono virtuali e avvengono grazie all’utilizzo di piattaforme online. Non ho più il dovere di preparare la cartella con libri e quaderni in base alle materie dell’orario scolastico giornaliero. Ora, d’improvviso, mi sento pervasa dalla nostalgia di quel ritmo frenetico mattutino.

Tuttavia, in questo contesto di emergenza comprendo l’autentico significato della libertà, che prima consideravo come un sentimento scontato, ovvio, quasi non preso in considerazione perché coincideva con la realtà che mi circondava, quindi non riuscivo a riconoscerlo né a distinguerlo dal mio vivere quotidiano poiché insito in esso. Adesso il contatto umano cerca di essere in ogni modo evitato, così come incontri con amici, uscite e altre occasioni per stare insieme. Alla base della libertà vi sono azioni molto semplici, come ad esempio passeggiare con il cane, andare al parco, al cinema, frequentare i tuoi amici.

Guerra batteriologica, tumulto globale, crisi economica, emergenza mondiale, frontiere chiuse, voli annullati, vita in comunità paralizzata, centri di città solitamente pullulanti di gente vuoti, negozi chiusi. Questi sono i termini che circolano maggiormente in televisione, nei giornali, sui social, sono le voci che corrono tra i vicini. Si aggiungono le notizie aggiornate che appaiono sullo schermo degli smartphone, pc o tablet riguardo il numero dei contagiati, dei morti, dei guariti dal coronavirus o i casi risultati positivi dei cittadini del paese in cui abiti, nutrendo la speranza che non siano tuoi familiari, persone a te care, coetanei o semplicemente conoscenti.

Noi giovani, o forse pochi tra di noi, sono realmente consci della gravità della situazione che stiamo vivendo. È un episodio che sarà certamente ricordato nei libri di storia delle generazioni future, che studieranno il mutamento del quadro storico, sociale, economico causato dal Covid-19. Forse saremo proprio noi giovani a essere quei pochi testimoni in tempi futuri che hanno vissuto questo delicato periodo. È strano, tuttavia, pensare che stiamo vivendo una quarantena e quindi esclusi dal mondo, trascorrendo il tempo a casa, ma al contempo continuamente connessi in rete e, in un certo senso, proiettati nella realtà.

Per quanto mi riguarda, ho potuto notare in questi giorni un evidente passaggio di stato: dalla dinamicità, flusso, libertà ai rispettivi sostantivi opposti, ossia staticità, immobilità, prigionia. Perché dovremmo vedere le inferriate delle finestre della nostra casa come delle sbarre di una cella di un carcere? Non è forse questo un momento creativo, ove hai tutto il tempo disponibile da dedicare a te stesso, leggere libri, vedere serie tv o film, trovare attività che ti appassionano che fino ad ora non hai mai praticato, conoscere qualche tassello della tua interiorità? Potrebbe essere un modo per evadere da questa prigione, in cui sembra che ci abbiano rinchiuso, ricercare, dedicarsi a un’attività che ci interessa particolarmente, entrando nell’incantato regno della fantasia, creatività che ognuno di noi custodisce dentro di sé?

Proviamo a riflettere!

Beatrice Fiori, III CS Liceo Scientifico “Innocenzo XII” di Anzio (Roma)

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