ZeRo aGoNiA

Casoria (Napoli) | Sono stanca di ascoltare il tg e di vedere mio padre, tornato da lavoro, con mascherina e guanti blu. Sono stanca di vedere mia madre che fa la spesa, da sola. Perché non posso farle compagnia? Non tocco niente, lo giuro, non mi avvicino a qualcuno, lo giuro. Ma fatemi uscire!
Allora, mi chiudo in camera e studio, studio, studio, studio. Assimilo più cose di quando andavo a scuola. Ho più interesse mentre studio da sola. Non fatemi andare lì, non fatemi ritornare in prigione, preferisco gli arresti domiciliari. Preferisco sentire mio padre che racconta le vicende del suo lavoro, tipo: l’altro giorno mi raccontò che una signora gli parlava a gesti, credendo che mio padre avesse il Corona. Mi immagino la scena: mio padre che chiede alla signora:”Signò, scusate, ma non avete la lingua?” e la signora:”No, è pecché aggio paura”. Questa vicenda si commenta da sola!
A volte, immagino di stare in un bunker e vivere dai racconti dei superstiti. Si sfrutta molta immaginazione e poi è divertente campare nell’astrazione della propria mente.
La settimana scorsa, prima che trovassi un equilibrio mentale, chiesi a mia madre:”Mamma, quante persone c’erano? Hai visto il cielo? E gli alberi? Hai visto i cani randagi passeggiare? E i gatti che
attraversano velocemente la strada? Hai sentito i clacson delle macchine? Che emozioni hai provato?” e mia madre, semplicemente, mi rispose:”Silvia, fanno entrare tre, quattro persone alla volta. Poi, il paesaggio era normale, come al solito”.
Tutto cambia ogni giorno! Non esiste il solito, soprattutto in natura, c’è sempre qualcosa di interessante da sentire e vedere.
A me non dispiace stare in casa, non dispiace non vedere la gente, questa è la mia ultima preoccupazione, io voglio passeggiare da sola e ascoltare, imparare, osservare operai che lavorano imbiancando l’esterno dell’edificio a via Verre. Voglio imparare come è mio solito, interessandomi a tutto. Perché la cultura è anche esperienza. Tutto quello che leggo dai libri, lo voglio vedere dal vivo, non tramite film mentali che restano pur sempre soggettivi. In questo momento potrei dire solo due parole: divano giallo e boom film mentale, ognuno immagina a modo proprio un divano giallo. No, più bello rosso. Facciamo divano rosso.
Ok!
I professori dicono in continuazione di approfittare di questi giorni per studiare… perché lo dicono sempre? Se lo tengono come promemoria? Motto del giorno:”Far finta di svolgere il proprio lavoro”. Io faccio scuola tutti i giorni. Tutti facciamo scuola tutti i giorni. Scuola per me significa aumentare il numero dei neuroni. E il numero dei neuroni si aumenta anche giocando a fifa, anche ascoltando canzoni, anche ascoltando lezioni di fisica quantistica, anche ascoltando quel rompiballe di Galimberti o le lezioni di Saudino, di Rick DuFer, potrei continuare all’infinito… quindi, continuo: anche vedere un film, fare una passeggiata da cucina a bagno, bagno-camera, camera-salone, anche fare il caffè, anche vedere Peppa Pig. Tutto è scuola: la casa, la gente, l’Italia e i suoi decreti, il frescone di Conte, soprattutto quando fece quella specie di intervista a Severino, fortuna che esiste youtube!
Mi piace fare scuola senza scuola. C’è più libertà di apprendimento. Non c’è il limite. Puoi studiare quel che vuoi, quando vuoi, soprattutto quanto. Il “quanto” è bellissimo. Insomma, studi sfrenatamente ma rilassatamente, sì, è un paradosso ma è così, ti diverti senza fare nulla.

Ps:
Non mi va di scrivere qualcosa di veramente serio e far piangere un lettore, non voglio scrivere come farei uscendo di casa. Voglio strappare un sorriso, dire parolacce, essere umana. Essere una diciassettenne e basta. Voglio vivermi. Basta pensare. Basta vivere nel retroscena.
Adesso rileggimi e sorridi!

Silvia Ferrara, I.S. Andrea Torrente di Casoria (NA)

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7 pensieri riguardo “ZeRo aGoNiA

  1. Da prof antica, oggi definitivamente in panchina, dico che ho sempre temuto che la scuola fosse vissuta come una prigione.
    Non sempre richiamavo i miei ragazzi, quando si volgevano verso la finestra aperta ai primi segnali di primavera invece che verso di me. Sospesa tra senso di colpa (forse li annoio?) e senso del dovere (ma mica posso lasciarli fare a modo loro!) ho navigato le acque della scuola cercando sempre di leggere i segnali.
    Sì, è proprio vero che tutto è scuola, e nel tempo di oggi è una scuola brutale, per questo è utile tenere salda la bussola del giudizio: troppi messaggi, troppe contraddizioni.
    Dai ragazzi si impara, auguro che loro stessi imparino dalla loro esperienza, da questa in particolare, anche valorizzando (ah che prof antica e sciagurata sono!) la via salutare della ribellione al conformismo, della ribellione vera che nasce dentro di sé, scalando gradino dopo gradino gli ostacoli che si frappongono tra noi e la verità, non dagli input mediatici.
    “I professori dicono in continuazione di approfittare di questi giorni per studiare… perché lo dicono sempre? Se lo tengono come promemoria?” Forse ne approfittano anche loro.
    Dovremmo approfittare per imparare osservando e corrugando la fronte, coltivando il dubbio, alzando gli occhi verso quelle finestre aperte su scene che non volevamo vedere.
    Scusate se sono andata lunga. 😉

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    1. Perché la scuola è vissuta come prigione?!? Alcuni professori si sforzano di non farla sembrare così, mi piacciono, perché non la vedono solo come aula-cattedra-lezione-stipendio, sono umani e ci insegnano ad esserlo. Vero è che gli Insegnanti (con la i maiuscola) sono quelli con più catene da trascinare, la scuola non è come vorrebbero che fosse, anzi come tutti noi vorremmo. La scuola deve essere un sistema di emancipazione h24, dove ci sono insegnanti che creano dubbi, stile scuola greca, non sei o sette ore e via, tutti a casa. Ammetto di essere la solita alunna che, mentre ascolta il professore, improvvisamente, entra nel suo mondo fatato, con draghi da combattere e principi da salvare, ammetto anche di essere quell’alunna che preferirebbe fare “filone” andando nelle biblioteche e nei musei, ma dato che devo accontentarmi, anche se lo faccio raramente (non lo prenda come presunzione), la mattina, prima della quarantena, mi svegliavo, facendo di tutto per fare tardi, e andavo a scuola…ecco, l’espressione di felicità, entrando a scuola, si è tolta anni fa, in quei giorni, a volte, mi interessava parlare con i professori, perché sono colti (so che la cultura non è intelligenza, ma non sono tanto d’accordo, la cultura allena la mente, allenare la mente vuol dire diventare più intelligenti giorno dopo giorno), capiscono cose che chi non vuole superarsi non capisce…questo mi piace della scuola, solo questo… se lo si facesse h24, senza costrizioni e senza tradizionalismo, tutti, dal più pigro al più laborioso, riuscirebbero ad amare la scuola. Per quanto riguarda la ribellione (tema speciale per me), in una scuola vera si insegna ad essere ribelli rispettando l’altro, ascoltando e dicendo la propria… non voglio dilungarmi, anche se mi piacciono i commenti lunghi, di solito sono quelli più belli e pieni zeppi di verità e saggezza, come il suo, quindi non si scusi per la lunghezza, l’ho letto quattro volte e continua a piacermi!
      PEACE

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  2. “so che la cultura non è intelligenza”, eh quanto è vero; infatti si distingueva, nel bel passato, tra cultura ed erudizione: quest’ultima segnatamente non è intelligenza.
    Dunque erudizione, cultura e, aggiungerei anche un’altra bella forma di approccio alla conoscenza, ossia “infarinatura!” che, essendo io nata tanti anni fa, accanto a un Molino da grano, per me va benissimo.
    Dunque infariniamoci e cerchiamo ingredienti e poi passeremo, ciascuno come preferisce, a mescolare farina, acqua, sale, lievito ecc ecc.
    Altra divagazione: quando i panifici erano bianchi 😉 di farina, e non c’erano ancora i supermercati che cuociono le baguettes (sorta di chewing gum da farcire a piacere) ogni paese aveva il suo pane, ed ogni forno aveva le proprie specialità di cui era anche geloso.
    Ecco, so che sembra azzardato, ma la rete, il web, può servire a recuperare il pane col sapore di ciascuno, a farci/farvi ossia produttori di riflessioni personali. Il silenzio, che la pandemia ha imposto alla scuola ufficiale e formale, fa lievitare (può farlo, se lo rispettiamo noi adulti) lentamente quel fermento che esiste in ogni ragazzo e che non sempre l’aula perentoria o autoritaria si dà il tempo di osservare.
    A questo proposito direi che ci sono almeno due silenzi: quello imposto dalla lezione docente e quello in cui ci possiamo rifugiare come in un luogo personale dentro cui cresce il pensiero.

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  3. Ho letto con particolare interesse le cose che ha scritto, è bello uscire dalla mia ignoranza ogni tanto!
    Lei ha scritto nel primo commento che si trova in panchina, perfetto, mi ha insegnato oggi delle cose che servono tanto alla mia esistenza, ho fatto scuola come piace a me… che soddisfazione! Mi sento in un pieno (non di nausea!) di sapere, curiosità, interesse che mi capita avere ogni tanto, ma che ultimamente, cioè in questi dieci giorni, ho spesso, anzi sempre. Lei, quindi, ha scritto di stare in panchina, mi lasci farle un complimento, mi ha insegnato ed è il minimo che possa fare, lei non è una donna in panchina, a quanto ho capito sta ancora facendo la prof.
    Guai a non far niente!
    Ps:
    Riguardo al tostapane, se non finisce bruciata mi fa un favore, che di gente come lei ce n’è bisogno!!!

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  4. Ciao Silvia, scusa se mi intrometto, volevo dirti che mi ha colpito molto quello che hai scritto: ne condivido molto lo spirito, pur “dall’altra parte della cattedra” ma dentro allo stesso sistema scolastico, che molto spesso non è come vorrei… Quindi sento vibrare le tue parole dentro di me, alcune potrei davvero averle scritte io. Come il tuo pensiero finale: “mi piace fare scuola senza scuola. C’è più libertà di apprendimento. Non c’è il limite. Puoi studiare quel che vuoi, quando vuoi, soprattutto quanto. Il ‘quanto’ è bellissimo. Insomma, studi sfrenatamente ma rilassatamente”… E’ bellissimo. Ed è vero. E’ quello che vorrei trasmettere anche io ai miei studenti (ma spesso è molto difficile), questo senso di libertà, di spazio personale e di volontà, mettere in movimento quel motore originario del sapere che è la curiosità, come dicono i filosofi greci; credo che recuperando quel desiderio di imparare, che secondo me trapela fortissimo da quel che scrivi, anziché frustrarlo e incarcerarlo dentro una quantità di schemi istituzionali e tabelle di marcia e griglie di valutazione numerica, che la scuola adotta con ritmi sempre più serrati, si farebbe davvero “Scuola” nel senso originario, quella che dò le chiavi per liberarci dalle gabbie e non il contrario: sai che in greco la parola σχολή (scholè), da cui appunto è derivata la nostra parola “scuola”, vuol dire “tempo libero”, “vacanza dagli impegni e dalle costrizioni”… Penso ci dovremmo tutti un po’ interrogare su questo. E restituirle almeno lo spirito, quella curiosità sorridente e insaziabile. Quell’atteggiamento critico, anche: è bellissimo quando uno studente mi chiede “ma prof perché?” e mi prospetta la sua visione differente; è bellissimo quando nascono le discussioni, così, spontanee: è bellissimo perché vuol dire che non si sono sentiti imbrigliati ma accesi; sarebbe questo il mio scopo: accendere qualcosa che continuerà anche ben oltre me.
    C’è una frase credo di Einstein che mi tengo sempre fissa in mente: “l’insegnamento deve essere tale da far percepire ciò che viene offerto come un dono prezioso, non come un dovere faticoso”. In questo periodo di distanza vale ancora di più secondo me: ora se la scuola sta in piedi è soprattutto per volontà e spirito di offerta; deve diventare un bisogno perché ne valga la pena.
    Niente scusa ora taccio giuro: grazie dei tuoi pensieri e auguri che la tua “scuola”, anche quella fuori casa, diventi sempre più simile a quella che desideri tu… cioè forse alla vita, perché come dici tu, tutto è scuola!

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  5. Ciao Silvia, scusa se mi intrometto, volevo dirti che mi ha colpito molto quello che hai scritto: ne condivido molto lo spirito, pur “dall’altra parte della cattedra” ma dentro allo stesso sistema scolastico, che molto spesso non è come vorrei… Quindi sento vibrare le tue parole dentro di me, alcune potrei davvero averle scritte io. Come il tuo pensiero finale: “mi piace fare scuola senza scuola. C’è più libertà di apprendimento. Non c’è il limite. Puoi studiare quel che vuoi, quando vuoi, soprattutto quanto. Il ‘quanto’ è bellissimo. Insomma, studi sfrenatamente ma rilassatamente”… E’ bellissimo. Ed è vero. E’ quello che vorrei trasmettere anche io ai miei studenti (ma spesso è molto difficile), questo senso di libertà, di spazio personale e di volontà, mettere in movimento quel motore originario del sapere che è la curiosità, come dicono i filosofi greci; credo che recuperando quel desiderio di imparare, che secondo me trapela fortissimo da quel che scrivi, anziché frustrarlo e incarcerarlo dentro una quantità di schemi istituzionali e tabelle di marcia e griglie di valutazione numerica, che la scuola adotta con ritmi sempre più serrati, si farebbe davvero “Scuola” nel senso originario, quella che dò le chiavi per liberarci dalle gabbie e non il contrario: sai che in greco la parola σχολή (scholè), da cui appunto è derivata la nostra parola “scuola”, vuol dire “tempo libero”, “vacanza dagli impegni e dalle costrizioni”… Penso ci dovremmo tutti un po’ interrogare su questo. E restituirle almeno lo spirito, quella curiosità sorridente e insaziabile. Quell’atteggiamento critico, anche: è bellissimo quando uno studente mi chiede “ma prof perché?” e mi prospetta la sua visione differente; è bellissimo quando nascono le discussioni, così, spontanee: è bellissimo perché vuol dire che non si sono sentiti imbrigliati ma accesi; sarebbe questo il mio scopo: accendere qualcosa che continuerà anche ben oltre me.
    C’è una frase credo di Einstein che mi tengo sempre fissa in mente: “l’insegnamento deve essere tale da far percepire ciò che viene offerto come un dono prezioso, non come un dovere faticoso”. In questo periodo di distanza vale ancora di più secondo me: ora se la scuola sta in piedi è soprattutto per volontà e spirito di offerta; deve diventare un bisogno perché ne valga la pena.
    Niente scusa ora taccio giuro: grazie dei tuoi pensieri e auguri che la tua “scuola”, anche quella fuori casa, diventi sempre più simile a quella che desideri tu… cioè forse alla vita, perché come dici tu, tutto è scuola! 

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